Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Alessandro Baricco – “Questa Storia”
Ho passato molto tempo “lontana”.
Dagli altri, dai miei obiettivi, dalle mie aspirazioni. Da me stessa.
Mi è capitato spesso di vivere i cosiddetti “momenti di transizione”, periodi di passaggio tra quegli attimi di vita che ritenevo fondamentali per portare a compimento i miei progetti.
Molte volte, mi sono lasciata trascinare da questi momenti, ho inspessito le pagine del libro con fogli bianchi, quando avrei potuto utilizzarli per scrivere capitoli interi.
Ho lasciato scorrere il giorno, per restare in attesa dello spettacolo di un tramonto, di quel momento perfetto in cui la natura esplode tra la fine e l’inizio di sé stessa, regalando quelle emozioni che le parole non riescono più a restituire. Ma ho scordato di viverne la gestazione, quando i colori e le atmosfere non sono ancora formati: solo dopo ho capito che proprio quegli attimi servono a capire la magia di quello che verrà dopo.
Ho passato del tempo a ricordare, ma l’ho fatto in un modo fine a sé stesso, non come passaggio principale per integrare il succo della mia vita trascorsa nel presente, né per accettare la trasformazione del dolore. Ma come spreco d’energia.
Ho camminato tra mille vagoni di un treno, osservandoli uno a uno, per cercare il posto che mi sembrasse più comodo, ma trovando difetti in ognuno. Ho preferito così fare il viaggio in piedi, nonostante avessi pagato il biglietto.
Ho gettato via molti regali di Natale, non intesi come pacchi da scartare sotto le lucine a intermittenza di un abete, ma come momenti ai quali non ho dato importanza, persone che non ho ascoltato per pigrizia, occasioni che ho lasciato scappare per paura.

– Sono scivolata dal ciglio di uno sguardo che mi giudicava.
– Tieni tra le dita questa sensazione – mi disse – poi sfrega le mani e falla scivolare nel vento, perché lì è il suo posto.
– Ho desiderato il meglio per me stessa, ballando a piedi nudi sul confine tra egoismo e amor proprio. Ma alla fine mi sono sentita in colpa.
– Desiderare è piacevole – mi rassicurò – e non è peccato, ma una forma di nutrimento per l’animo, come il cibo lo è per il corpo.
– Ho collezionato calzini spaiati, per timore di non sapere cosa fare, nel momento in cui tutto avesse trovato un proprio ordine.
– L’ ordine non esiste – obiettò -. Esiste l’iride degli occhi che diventa oceano, l’incespicare delle parole sulle labbra, la ruggine che si fa strada sul cuore, quando per troppo tempo decidi di non usarlo. Esiste, infine, la voglia di indossare un cappello comodo, anche se non è della tua taglia. Ma “l’ordine perfetto”, quello no, non esiste.
Sono rimasta per lungo tempo sepolta dalle macerie del mio tempo, ma ho imparato a scavare per risalire in superficie. Ho respirato la polvere e l’ho sentita nei polmoni, come quando spolveri un oggetto vecchio e sai che è inevitabile, quella nuvola di passato in qualche modo dovrai attraversarla e farla tua, per sentire di nuovo l’aria immacolata.
Oggi vedo la mia vita come uno stormo infinito di bolle di sapone.
Ho accettato l’inevitabile assenza di indulgenza che fa parte del loro destino, che le porta per forza a scoppiare, dopo un po’ di tempo.
Ma ho imparato ad elaborarne l’assenza nel ricordo, trasformando la mancanza in rinnovamento, soffiando con forza e dolcezza per creare nuove bolle di sapone, che non resteranno mai orfane dei miei occhi.
Non sono riuscita a trovare nessuna ricetta contro l’inesattezza fisiologica dell’esistenza, ma ora riesco a vedermi riflettere, perfettamente, anche mettendomi davanti ad uno specchio scheggiato.